ANA KAPOR LOCUS AMOENUS
LOCUS AMOENUS
Dipinti di ANA KAPOR e VLADIMIR PAJEVIC
Testo di presentazione a cura di
Rosaria Fabrizio
Dal 27 Marzo al 6 Maggio 2010
From March 27 until May 6, 2010
Vernissage Sabato 27 Marzo 2010 dalle ore 18.00
GALLERIA FORNI
Via Farini, n° 26 BOLOGNA
Orari di apertura
9,30-13,00 e 16,00-19,30
chiuso lunedì e festivi
Ingresso libero
- Giardino del fauno, cm 15x30, olio su tavola, 2009
- Belvedere, cm 15x30, olio su tavola, 2009
- Lungo il fiume, diametro, cm 30, olio su cartone telato, 2009
- Nymphaeum, cm 20x66, olio su tavola, 2009
- Il vecchio appennino, cm 70x70, olio su tela, 2009
- La campana, cm 60x50, olio su tela, 2009
- Vladimir Pajevic
- Vladimir Pajevic
Comunicato Stampa
Ana Kapor e Vladimir Pajevic, entrambi originari di Belgrado ma italiani d’adozione - da qualche tempo hanno ottenuto la cittadinanza italiana - vivono a Roma ormai da molti anni.
Quarantacinque anni lei e poco più di sessanta lui, sono sposati da tempo ed il loro legame non solo ha origine nel matrimonio ma anche in una profonda passione per la pittura che è divenuta per entrambi una professione. Formatisi all’Accademia di Belle Arti - lei a Roma e lui a Belgrado - sono cultori della “buona tecnica” e saldamente legati alla pittura figurativa.
Espongono spesso insieme, l’ultima mostra in ordine di tempo è la grande antologica del 2008 al Panorama Museum di Bad Frankenhausen in Germania, con 140 opere in esposizione a rappresentare gli ultimi 20 anni della loro attività.
In questa occasione saranno invece una quarantina i lavori - tutti inediti - che usciranno dal loro studio per essere esposti alla Galleria Forni e dare vita ad un progetto a lungo meditato e che più di ogni altro esprime l’indiscussa carica visionaria che i due autori inequivocabilmente condividono. Locus amoenus, questo il titolo della mostra, vuole indicare un luogo magico, in bilico tra sogno e realtà, immerso in una natura avvolgente, misteriosa eppure rassicurante, capace di acquietare l’animo ed allietare lo sguardo, un’oasi di serena bellezza che da sempre Ana e Vladimir inseguono e narrano con i loro lavori.
Nonostante le numerose affinità, emergono però evidenti due percorsi ben distinti, così come distinte saranno le due sezioni in cui si articolerà l’esposizione: i magici giardini, i boschi incantati e le misteriose foreste di Pajevic da un lato e le ampie vedute di orizzonti lontani, specchi d’acqua ed atmosfere ancestrali di Ana Kapor dall’altro.
Ana e Vladimir dipingono insieme, condividendo lo stesso studio anche se i loro cavalletti sono posizionati l’uno di spalle all’altro, da qui, il titolo del testo di Franco Basile “Il mistero di spalle” che diede a sua volta il titolo alla mostra ospitata nel 2004 dalla Galleria Forni. Ne riportiamo uno stralcio:
(…) Ana e Vladimir lavorano nello stesso atelier, ma di spalle. L’una non vuol sapere dell’altro, e viceversa, quasi a ribadire un’accesa autonomia formale. In effetti, anche se lavorano assieme da anni, non si può dire che vi siano contaminazioni linguistiche nel loro operare. (…)
Sempre di spalle, Ana e Vladimir svolgono i loro racconti. E’ come se si scrivessero accennando alla malinconia che pervade molti passi dell’esistenza. Lui si rifugia nei boschi e lei sull’acqua, Vladimir riflette il proprio animo in paesaggi dalla controllata bellezza, Ana custodisce gli alambicchi dei propri sogni nelle segrete di un castello e fa di un’isola un gioco che si specchia. Come si può intendere, diversi i loro modi di accostarsi a un tema che ci pare convergente; e dunque polarità affini che si congiungono nell’osservare cose che nascono da un desiderio, e che con esso finiscono. Oppure, due modi per rendere magica la stessa inquietudine.”
Testo di presentazione della mostra
Locus Amoenus
di ROSARIA FABRIZIO
Passaggi segreti uniscono giardini incantati
Il dalmata immobile fissa il cancello chiuso. L’aria è ferma. Nulla si muove e le ore non scivolano più via. L’erba è alta ed incolta. Nessuno, da un tempo infinito, né la calpesta né se ne cura. E gli alberi grondano folti e lussureggianti dalle grate arrugginite, che in passato invece adornavano fiere le mura di cinta del giardino. Un tempo quel giardino era amorevolmente accudito. Un tempo. Un’età passata da molto oramai. Un’età in cui s’è dimenticato di contare il susseguirsi delle stagioni. Ma per lui, così tenero e maculato, le lancette del tempo non sono mai esistite. E come tutti i giorni attende invano l’apertura del cancello.
Un soffio impetuoso e potente e vibrante spalanca il cancello, serrato da sempre. Il cane abbaia, guaisce forte e ripetutamente e inizia a correre, oltrepassando il varco che alle sue spalle si richiude con clangore. La quiete degli alberi è scompigliata dal vento. La bestiola scodinzola, scodinzola felice a quell’ombra solo a lui visibile, riconosciuta e rimembrata per le mille coccole avute. Quanto aveva amato quelle carezze, che al suo capo in preghiera mai gli erano state lesinate…
Egli, un’ombra ormai, ritorna ad accarezzare il cane e volge lo sguardo al suo caro giardino. Le scale sono intatte, attorniate da dolci putti che con l’arco e con la freccia tante volte hanno colpito il suo cuore di adolescente innamorato. Da fanciullo le saliva e le scendeva mille volte per poi risalirle e riscenderle anche in compagnia dei piccoli amici, che si divertivano ad entrare nel giardino, nel giardino delle meraviglie, dove ogni cosa pareva immensa. L’atmosfera era leggera e soave per quei bambini allegri e spensierati, che amavano correre e perdersi tra tutto quel verde. Ancora lì tra i cespugli sproporzionati dall’incuria la palla che il suo compagno gli regalò per il compleanno. Quella palla che un giorno, durante uno dei tanti giochi, l’inabile calcio aveva per sempre spersa nei meandri del giardino incantato.
Si infittiscono i ricordi. S’alza il vento. Senza freni corre la memoria. Poi si ferma di colpo, davanti alla statua di Venere. Egli la rivede. Bella, raggiante e splendente, delicata e soave. Ricorda tutte le volte che chiusi gli occhi la vedeva in sogno, gli appariva dolce e serafica. E corre, corre e soffia, la cerca inquieto tra i rami e le foglie, negli angoli e nei rifugi segreti, ma non la trova…
Ormai fermo, già chino e triste, scorge un passaggio che non ricordava. Mai scoperto prima, ma ora, che ha nuovi occhi per vedere, bene lo distingue. Sedata la turbolenza, calmatosi d’un tratto, varca gli ultimi vecchi bastioni, attraversa lo scuro e la paura e dinnanzi vede schiudersi un mondo nuovo.
Una luce tenue e sottile soffonde l’aria. Un azzurro cielo così toccante non lo aveva mai visto. Grandi archi danno respiro ad alte mura e invitano ad entrare.
Lentamente egli si incammina, attratto da una forza quasi magnetica.
Il lontano cinguettio degli uccellini si immagina allieti l’orecchio. L’immensità e l’accuratezza di quei giardini commuovono. Scacchiere verdi, contrappuntate da lunghi cipressi in fila allietano l’occhio e lo spirito. Lo specchio d’acqua riflette e circonda il belvedere. La perfezione e la simmetria di ogni singolo elemento generano uno spettacolo sublime.
L’anima si rinfranca. Le domande si dileguano. Dubbi e incertezze scompaiono. Angosce e turbamenti trovano finalmente sollievo.
Un suono dolce e melodioso di arpa mossa da mani lunghe e delicate avvolge e chiama. Egli, incantato e inebriato, sale in estasi il primo gradino della lunga scala. L’acqua si muove impercettibile … Fu dolce salire a quel giardino di pace.








